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Non avrei dovuto amarla, mi sentivo in colpa, e non era la pelle a bruciarmi, ma il pensiero, ma lei è fiorita dentro come un aprile che non avevo previsto, all’improvviso. Il mio nome aveva trovato casa nel modo in cui lo pronunciava, con quella cura lieve che si riserva alle cose fragili e rare. Mi sentivo in colpa per averla baciata, ma il desiderio aveva il suo nome e mi bruciava sulle labbra, e non era il gesto che mi pesava, ma l’eco. La sfioravo come si sfiora una ferita che non voleva guarire, sapendo che ogni carezza mi avrebbe condannato a desiderarne un’altra. Avrei dovuto fermarmi, avrei dovuto salvare la distanza, e invece mi sono spezzato tra le sue spalle, come un’onda che sceglie la scogliera pur sapendo di farsi male. Dovevo fermarla, dirle che non ero pronto a portare il peso limpido dei suoi occhi, che il mio cuore sapeva fuggire meglio di quanto sapesse restare. Era la verità, la verità che la desideravo solo per un istante, come si desidera l'aria quando si sta per annegare, per sentire nell’attimo cosa significasse amare. E anche se mi lacerava, avrei scelto quella colpa mille volte, pur di non vivere un solo giorno senza il suo tremore sotto le dita. Era la verità, struggente crudele nuda, perché nel suo respiro il mio smetteva di avere paura, all'improvviso...